Romitorio Pensieri da un romitorio in montagna

La deriva silenziosa

C’è una cosa che mi capita di dimenticare troppo spesso, quando provo a orientarmi nel dibattito pubblico di questi anni, ed è che le categorie di destra e sinistra, quando si tratta di vita e di morte, spiegano sempre meno di quanto vorrei, e ogni volta che me ne dimentico qualcosa arriva puntualmente a ricordarmelo, come è successo qualche settimana fa leggendo di quello che si è deciso in Veneto.

Il consiglio regionale, dopo circa dieci ore di discussione, ha approvato all’inizio di settembre una legge che regola tempi e procedure con cui il servizio sanitario regionale deve dare seguito alle richieste di suicidio medicalmente assistito, con trentadue voti favorevoli, quattordici contrari e cinque astenuti, in un’aula dove i partiti si sono spaccati al proprio interno più che tra loro: la Lega e Forza Italia hanno votato a favore, Fratelli d’Italia contro, e il presidente della giunta ha ottenuto l’inserimento di alcuni emendamenti che rafforzano il ruolo delle cure palliative nel percorso, quasi a voler bilanciare quello che restava comunque il cuore della norma. È così che il Veneto è diventato, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna, la prima regione guidata dal centrodestra a darsi una disciplina del genere, e questo, più della legge in sé, è quello che mi ha fatto fermare a pensare.

Il patriarca di Venezia ha parlato di amarezza, appena approvato il testo, e ha usato un’espressione che mi torna in mente da giorni: un modello culturale e sanitario che rischia di portare a una deriva difficilmente controllabile, perché i margini di interpretazione soggettiva restano ampi e le situazioni in cui il suicidio assistito verrà concesso tenderanno inevitabilmente a moltiplicarsi. Ha detto di temere soprattutto per le persone fragili e sole, quelle che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo senza poter contare su un accompagnamento umano e affettivo reale, prima ancora che sanitario. Pochi giorni dopo, riunito a Roma, il Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana ha ribadito la contrarietà all’eutanasia e al suicidio assistito, distinguendo con cura il rifiuto dell’accanimento terapeutico, che è cosa buona e doverosa, dall’intenzione diretta di procurare la morte, e ha chiesto allo Stato di colmare il vuoto che resta enorme sulle cure palliative, perché nessuno debba sentirsi un peso solo per mancanza di alternative concrete.

Quello che mi colpisce, ripensandoci, non è tanto la legge, che in fondo replica quanto già deciso altrove, quanto il fatto che sia passata con il concorso di partiti che si presentano da anni come più vicini alla sensibilità cattolica sulla famiglia e sulla vita. Il buonismo di cui scrivo da un po’, quello che sostituisce il bene con una gentilezza che non vuole mai costringere nessuno a guardare in faccia la sofferenza fino in fondo, non è più patrimonio di uno schieramento solo: ha attraversato l’aula da una parte all’altra, ed è forse proprio questo il segnale più serio, perché finché lo si poteva collocare tutto da un lato era comunque più facile da riconoscere e da contrastare.

Mi chiedo allora se questa sia ancora materia di coscienza privata, come spesso si dice per liquidare in fretta la questione, o se non tocchi già quella soglia di cui ho scritto altre volte, quella per cui Tommaso distingue i vizi che riguardano solo chi li vive dai mali che toccano un terzo e che per questo la legge deve arginare con fermezza. Qui il terzo non è solo, o non è tanto, chi chiede di morire in una condizione di sofferenza estrema, verso cui provo più pietà che giudizio e a cui non mi sento in nessun modo di negare compassione. Il terzo è chi non ha mai chiesto nulla e si troverà comunque a vivere in un sistema sanitario che, davanti a un anziano solo, a un malato cronico che si sente di peso alla famiglia, offre una procedura amministrativa rapida per morire mentre continua a far mancare, come denunciano gli stessi vescovi, cure palliative sufficienti per accompagnarlo fino alla fine. Non è più libertà, in un contesto simile: è una spinta silenziosa, tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale.

Basilio di Cesarea, con gli altri Cappadoci, aveva capito che la carità cristiana non basta viverla nel gesto privato, deve farsi anche struttura, ospedale, luogo che accoglie chi nessun altro vuole più curare: fu lui a costruire fuori le mura della città quella che i contemporanei chiamarono la Basiliade, per i lebbrosi che tutti evitavano. Mi sembra che oggi si stia costruendo, con la stessa pazienza amministrativa, una struttura opposta, non per restare accanto a chi soffre fino all’ultimo respiro, ma per organizzarne in modo efficiente l’uscita di scena. Nei primi secoli, quando le epidemie svuotavano le città e i più abbandonavano i propri malati nelle strade per salvarsi, furono proprio i cristiani a restare a curarli, come racconta Dionigi di Alessandria in una lettera che Eusebio ci ha conservato, ed è a quel gesto, non ad altro, che il cristianesimo deve buona parte della propria credibilità agli occhi del mondo antico. Il Deuteronomio, con una semplicità che mi risuona spesso in questi giorni, mette davanti al popolo la vita e la morte, la benedizione e la maledizione, e poi aggiunge un imperativo che non lascia spazio all’equidistanza: “scegli dunque la vita”.

Non so bene cosa direi a chi, arrivato allo stremo delle proprie forze, mi chiedesse di capire la sua scelta, e credo che qui la sola testimonianza, il restare accanto senza condannare, sia l’unica cosa che mi sentirei di offrire davvero. Ma un conto è questo, un altro è una legge regionale che trasforma quella scelta estrema in un servizio ordinario, votata anche da chi si dice erede di una tradizione che per secoli ha insegnato l’esatto contrario, ed è qui che il buonismo mostra il suo volto più subdolo, quello che non ha più bisogno di uno schieramento politico per avanzare, perché ha imparato a passare trasversalmente, con l’aria tranquilla di chi sta solo regolando una procedura sanitaria come tante altre.

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