La scomunica che non arriva
C’è un momento, in vicende come quella che ho seguito nei giorni scorsi, in cui la parola giusta viene finalmente pronunciata, e per un istante sembra quasi bastare, come se il solo fatto di aver chiamato le cose con il loro nome chiudesse la faccenda, mentre in realtà è proprio lì che comincia il problema vero, quello di cosa si fa dopo aver parlato, quando la parola resta sospesa senza nessun gesto che la segua e la renda credibile.
Ci ho ripensato leggendo di quello che è successo all’inizio di agosto in Massachusetts, dove la governatrice, cattolica praticante per sua stessa dichiarazione, ha firmato una legge che rimuove ogni limite temporale residuo all’aborto, rendendo lo stato l’undicesimo negli Stati Uniti a non prevederne alcuno, e lo ha fatto citando storie di angoscia e di dolore di donne che si erano trovate a dover interrompere una gravidanza in fasi avanzate per motivi medici. Il suo ufficio, di fronte alle critiche arrivate da più parti, ha rivendicato la sua identità di cattolica orgogliosa proprio a difesa della legge, come se le due cose potessero convivere senza attrito. Un’associazione cattolica ha chiesto formalmente che venisse scomunicata, e il presidente della conferenza episcopale statunitense, un arcivescovo, ha definito la legge scioccante, orrenda, uno scandalo per chiunque abbia a cuore la dignità della vita umana; ma alla domanda diretta se andasse scomunicata ha risposto che la conferenza episcopale non ne ha l’autorità, e che la questione riguarda lei e il proprio vescovo diocesano, insieme ai vescovi del suo stato. Fino a oggi, per quanto ne so, nessun atto formale è seguito a quelle parole.
Non è la prima volta che mi imbatto in questa sequenza, prima la condanna netta, poi il rinvio a un livello più basso e più privato di competenza, e ogni volta che la vedo ripetersi mi convinco un po’ di più che sia proprio questa la forma più raffinata del buonismo di cui scrivo da un po’, quella che non nega mai la gravità di un male ma lo restituisce sempre alla coscienza del singolo, come se firmare una legge che riguarda la vita di un intero stato fosse un peccato privato, da trattare con la delicatezza riservata a chi sbaglia da solo, invece che un atto pubblico con conseguenze pubbliche, esercitato con gli strumenti pubblici del potere legislativo.
È qui che torno, ancora una volta, alla distinzione che Tommaso pone quando si chiede cosa debba reprimere la legge umana: non ogni vizio privato, dice, ma con fermezza ciò che toglie pace o vita al prossimo, perché lì la coscienza del singolo non basta più a contenere il danno. Una firma su una legge non è un pensiero taciuto, è un atto che moltiplica i suoi effetti su migliaia di persone che non hanno voce in capitolo, ed è esattamente per casi come questo che la tradizione ha sempre riservato alla Chiesa strumenti pubblici, non solo il colloquio riservato con il proprio pastore. Agostino, nella Città di Dio, chiede alle autorità terrene di garantire una pace che non è mai neutra, ed è la stessa ragione per cui Ambrogio, vescovo di Milano, arrivò a impedire l’accesso ai sacramenti all’imperatore Teodosio dopo la strage di Tessalonica, finché quello non avesse fatto pubblica penitenza, non per crudeltà verso di lui, ma perché un atto pubblico compiuto da chi detiene il potere esige una risposta altrettanto pubblica, capace di dire alla comunità intera dove passa il confine.
Il profeta Ezechiele, in un passo che mi torna spesso in mente proprio in questi frangenti, mette in guardia la sentinella: se vede venire il male e non avverte, sarà chiesto conto del sangue versato proprio a lei, alla sentinella, non solo a chi ha compiuto il male. Non credo significhi che ogni vescovo debba trasformarsi in giudice spietato, e capisco bene, meglio di quanto vorrei, quanto sia difficile applicare la scomunica a un caso concreto, con tutte le sue sfumature di responsabilità e di cooperazione remota o immediata che il diritto canonico stesso distingue con cura. Ma tra il silenzio e la scomunica automatica c’è uno spazio enorme, fatto di atti pubblici concreti, non solo di aggettivi duri pronunciati in un’intervista e poi lasciati cadere, ed è in quello spazio che la credibilità della parola pronunciata si gioca davvero.
Non so cosa farei io, al posto di quei vescovi, con tutto quello che una scelta del genere costerebbe in termini di scontro pubblico e di accuse di ingerenza politica che arriverebbero puntuali. Ma so che chiamare scandalo un fatto e poi passare oltre, rimandando la questione a un piano sempre più privato finché non scompare del tutto dall’agenda, non è prudenza: è la stessa sostituzione del bene con il buonismo di cui continuo a scrivere, solo vestita, questa volta, con le parole più severe invece che con quelle più gentili.