Romitorio Pensieri da un romitorio in montagna

La terza via

Vivere da cristiano al giorno d’oggi è una sfida piuttosto faticosa. Non che in passato fosse più semplice, tranne forse qualche secolo felice, ma oggi la difficoltà non sta nella violenza o nella repressione, sta nella morale e nell’affrontare la vita.

Sono nato negli anni ‘90 e ho studiato un catechismo in cui la parola peccato si diceva a bassa voce, per non offendere troppo e per amalgamarsi meglio nella nuova società civile che si stava fondando su valori opposti al cristianesimo. Così parole come aborto, eutanasia, divorzio venivano pronunciate raramente e sottovoce, se non addirittura ignorate del tutto.

Il cristianesimo, alla fine, si riduceva al semplice comportarsi bene e amare il prossimo. Chi fosse questo prossimo e cosa si intendesse con amore, però, non veniva mai approfondito a dovere: restava un amore fraterno piuttosto hippie, da anni ‘70, e tutti erano contenti così. Almeno finché non si prendevano in mano la Scrittura e la tradizione millenaria, e allora le cose iniziano a saltare all’occhio, e i conti non tornano più.

La Scrittura offre spunti diversi da questo pensiero, ma si dice, giustamente, che va letta accompagnati dalla Chiesa, per non fraintenderla. Allora andiamo a vedere cosa dice la Chiesa sulla Scrittura e sulla morale, o almeno cosa diceva fino a pochi decenni fa. Se prendiamo Tommaso, Agostino, molti dei loro punti sono saldi, forti, imprescindibili, e oggi sono stati accantonati, se non abbandonati del tutto. In nome di cosa? Personalmente non l’ho mai capito bene.

Ma oggi non volevo scrivere contro la Chiesa, anche se di recente continua a stupirmi il modo in cui il Vaticano si comporta verso i propri fedeli. Vorrei concentrarmi soprattutto sui fedeli stessi.

Di recente si parla spesso di aborto ed eutanasia. Il divorzio, ormai, è un argomento dato per perso, diciamo così; aborto ed eutanasia invece sono ancora nel vivo dello scontro. E qui i cattolici mi sembrano spaccati su due fronti, entrambi sbagliati a modo loro: o si dimenticano di essere cattolici e dicono che va tutto bene, perché è una cosa buona, tipico buonismo moderno, oppure si ergono sul piedistallo della tradizione e accusano con durezza chiunque non la pensi come loro. Ho provato entrambe le strade, in momenti diversi della mia vita, e in nessuna delle due mi sono mai trovato davvero a casa.

Perché alzarsi moralmente sopra gli altri, oggi, non porta da nessuna parte, se non a essere additati come talebani, e a chiudere ogni porta prima ancora di aver detto qualcosa che valga la pena ascoltare. C’è una terza via, credo, ed è più antica di entrambe queste due: è quella della testimonianza.

Non è un concetto che si studia molto, nella teologia che mi hanno insegnato. È rimasto ai margini, forse perché è più comodo discutere di dottrina che di come si vive davvero. Eppure Paolo VI lo diceva senza troppi giri di parole: l’uomo di oggi ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri è perché sono anche testimoni. Non è un’osservazione sociologica, come potrebbe sembrare a prima vista. È un giudizio su cosa converte davvero un cuore, e su cosa invece lo chiude.

Penso spesso a Charles de Foucauld, in questi anni. Visse tra i tuareg del Sahara senza mai battezzare nessuno, perché non gli interessava convincerli con le parole. La sua vita doveva dire quello che le parole non potevano dire, ed era sufficiente. San Paolo, con la stessa nettezza, faceva una distinzione che oggi si è persa quasi del tutto: “Che m’importa giudicare quelli di fuori? Non tocca a voi giudicare quelli di dentro? Dio giudicherà quelli di fuori.” Rigore su di sé, sulla propria comunità, non giudizio sul mondo. E anche Cristo, davanti all’adultera, non condanna. Ma non tace nemmeno: “va’ e non peccare più.” Non è indifferenza, per quanto a un primo sguardo possa sembrarlo. È l’esatto contrario: è un amore che non ha bisogno della condanna per restare fedele alla verità che sta comunque dicendo.

Questa, per me, è la vera via di mezzo. Non tacere sul peccato, sapere ancora chiamarlo con il suo nome quando è il caso, ma senza mai issarsi sopra chi lo vive, senza fare del proprio credo un piedistallo da cui guardare gli altri dall’alto. Si testimonia con la vita, prima ancora che con la voce, e solo dopo, forse, anche con la voce.

Eppure, guardandomi intorno, quello che vedo non è nemmeno questo equilibrio. Vedo un’asimmetria che fatico a spiegarmi altrimenti.

Nel novembre 2024 Papa Francesco andò a trovare a casa Emma Bonino, storica leader delle battaglie per l’aborto legale e l’eutanasia in Italia. Le portò dei fiori, la chiamò “un esempio di libertà e di resistenza”. Quando qualcuno gli fece notare il contrasto con la dottrina, rispose: “Vero, ma pazienza.” Non ritrattò mai quelle parole di elogio, né in quell’occasione né altrove, fino alla morte di lei, l'11 settembre di quest’anno.

Non è la testimonianza di Foucauld, questa. Il suo silenzio era pieno, ogni sua giornata diceva qualcosa che le parole non dicevano. Un silenzio che ammira senza mai correggere, invece, non è pienezza. È vuoto. E il vuoto, alla lunga, i fedeli lo interpretano come un permesso.

Nello stesso periodo in cui la Chiesa taceva su una vita intera spesa contro la propria dottrina, il cardinale prefetto del Culto Divino chiudeva in modo definitivo ogni possibilità che la Messa celebrata per secoli tornasse a essere normalità, e non eccezione da tollerare: una semplice “concessione pastorale”, per usare le sue parole, verso chi resta “sinceramente legato” a una forma ormai superata. Nessuno scisma in questo, nessuna disobbedienza, solo fedeltà a una liturgia più antica dello stesso Concilio che l’ha ridimensionata. Eppure è proprio lì che la fermezza del richiamo si esercita ancora, netta e attuale.

Si corregge chi guarda al proprio passato. Non si corregge chi vive contro la propria dottrina, nel presente.

Ed è qui che torno a dove sono partito. Non credo che il cristiano debba salire in cattedra e giudicare chi sbaglia, né che debba tacere per timore di sembrare intollerante. Credo che debba vivere in modo così coerente da rendere visibile ciò in cui crede, e che, quando serve, debba ancora avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non è una contraddizione. È l’unica via che io, per ora, riesco a vedere.