Romitorio Pensieri da un romitorio in montagna

Non è una conquista

C’è una parola che negli ultimi anni ha cambiato pelle senza che quasi nessuno se ne accorgesse, ed è compassione, che un tempo indicava il patire insieme a chi soffre, lo starci accanto fino in fondo, e che oggi, in troppi discorsi pubblici, è scivolata a significare quasi il contrario: liberare chi soffre dalla propria sofferenza togliendogli la vita, come se la vicinanza più alta che possiamo offrire a un malato fosse aiutarlo a smettere di esistere. Me ne sono accorto di nuovo leggendo, nei giorni scorsi, di quello che è successo in Veneto, dove il consiglio regionale ha approvato all’inizio di settembre una legge che regola tempi e procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito, prima regione amministrata dal centrodestra a farlo dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, con un voto che ha visto una parte della maggioranza unirsi all’opposizione mentre un partito della stessa maggioranza votava compatto contro. Il presidente della regione ha parlato di una risposta dovuta a pazienti, famiglie e medici, di una decisione complessa e sofferta più che di una battaglia ideologica, e non ho motivo di dubitare che la sentisse davvero così.

Quello che mi ha colpito di più, però, non è stata tanto la legge in sé, che si aggiunge a un elenco che ormai si allunga regione dopo regione, quanto la risposta che è arrivata pochi giorni dopo dai vescovi del Triveneto, riuniti in conferenza episcopale regionale a Bibione, che hanno approvato all’unanimità un documento dai toni piuttosto netti, in cui si legge che sopprimere una vita non può essere definito una conquista di civiltà. Non hanno negato, ed è bene dirlo subito, il valore delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare, che anzi riconoscono come un vero progresso, un progresso che, scrivono, rischia proprio di essere messo in ombra da questa legge; ma hanno insistito su un punto che mi pare decisivo e che raramente viene messo a fuoco in questi dibattiti, cioè che trasformare un’eccezione in una prestazione, in un servizio che il sistema sanitario offre come tutti gli altri, produce quello che loro stessi chiamano un oggettivo salto qualitativo, capace di indebolire alla radice quella che definiscono l’etica della cura e della prossimità.

È proprio qui, credo, che si vede la differenza tra ciò che riguarda solo la coscienza di chi sceglie e ciò che riguarda tutti gli altri, una distinzione a cui torno spesso in questi appunti e che continuo a trovare più utile di qualunque altra per orientarmi in mezzo a discussioni che altrimenti restano solo emotive. Se un uomo, nella propria solitudine, arriva a disperare della propria vita, resta un dramma che la Chiesa guarda con la stessa pietà con cui Agostino chiedeva di guardare anche i peccati più gravi, senza mai smettere di chiamarli con il loro nome ma senza nemmeno pretendere di imporne il rifiuto con la forza a chi non crede. Ma una legge che regola il suicidio assistito come una prestazione sanitaria non riguarda più solo chi la richiede: riguarda ogni malato che da quel momento in poi, entrando in un reparto, sa che la propria morte è diventata un’opzione tra le altre, offerta dallo stesso sistema che dovrebbe curarlo, e riguarda ogni persona fragile, anziana, disabile, che comincia silenziosamente a chiedersi se non sia diventata un peso per chi le sta intorno. Tommaso, quando distingue i peccati che la legge umana deve reprimere da quelli che deve lasciare alla coscienza di ciascuno, pone proprio questo criterio, non la gravità morale del peccato in sé, ma se produca un danno che ricade su altri, che toglie pace o sicurezza a chi quel danno non lo ha scelto. E qui il danno, per quanto meno visibile di quello che si consuma in una clinica per aborti, mi sembra della stessa natura: è la pressione silenziosa che si crea attorno a chi non ha più la certezza che la propria vita, per come è ridotta, valga ancora la pena di essere vissuta fino alla fine, per gli altri prima ancora che per se stesso.

La Scrittura, su questo, non lascia molto spazio all’ambiguità: “Io pongo oggi davanti a te la vita e la morte: scegli dunque la vita”, si legge nel Deuteronomio, non perché la sofferenza vada negata o minimizzata, ma perché la scelta ultima, quella definitiva, non è mai neutra, e riguarda sempre più persone di quante ne coinvolga apparentemente. I Cappadoci, quando insistevano perché la carità cristiana si facesse ospedale e non restasse solo gesto privato, avevano già capito che proteggere il povero, il malato, chi non ha più voce per difendersi, non è un compito che si esaurisce nella preghiera o nella vicinanza personale, ma deve tradursi in strutture, in leggi, in un modo concreto di organizzare la cura che non lasci mai intendere, nemmeno per sbaglio, che esista una vita non più degna di essere vissuta.

Mi rendo conto che scrivere così, oggi, significa andare contro un’onda che si presenta sempre con le parole più gentili possibili, libertà, dignità, autodeterminazione, ed è proprio questo che rende difficile opporsi senza sembrare crudeli, quasi nemici della pietà che si dice di voler difendere. Ma continuo a pensare che il buonismo di cui scrivo da un po’ sia esattamente questo: la sostituzione del bene vero, che a volte costa, che a volte chiede di dire no anche quando dire sì sarebbe più comodo e meno esposto al giudizio altrui, con un’immagine di gentilezza che in realtà abbandona chi è più debole proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere protetto. Non so se una legge regionale come questa si potrà mai fermare per via legale, e non so nemmeno se i vescovi che l’hanno definita così duramente riusciranno a farsi ascoltare oltre i titoli dei giornali di un giorno. Ma so che il compito di chi crede ancora in quello che la tradizione ci ha consegnato non è restare in silenzio per non disturbare, bensì continuare a dire, con la stessa fermezza di Tommaso e con la stessa carità concreta di cui parlavano i Cappadoci, che la vita di chi soffre merita accompagnamento fino alla fine, non un’uscita di sicurezza travestita da conquista.