Quando la Chiesa parla
C’è una frase di Joseph Ratzinger che mi capita di rileggere più spesso di quanto vorrei ammettere, quella pronunciata poco prima di diventare Benedetto XVI, quando parlò di una dittatura del relativismo che non riconosce più nulla come definitivo e lascia come ultima misura soltanto l’io di ciascuno e i suoi desideri. L’ho sempre presa più come una diagnosi che come una condanna, e ogni volta che ci torno sopra mi pare descriva con più precisione il presente di quanto non facesse vent’anni fa, quando fu pronunciata per un futuro che allora sembrava ancora da scongiurare, e che oggi invece abitiamo senza quasi più accorgercene.
Perché il relativismo di cui parlava non è rimasto fuori dalle chiese, si è insediato anche dentro, ed è diventato quella forma di gentilezza universale che oggi chiamiamo buonismo, per cui ogni posizione ferma, anche la più radicata nella tradizione, viene percepita come un’intrusione indebita nella libertà altrui, qualcosa da tenere per sé, da sussurrare al massimo in confessionale, mai da dire ad alta voce, tanto meno da tradurre in un gesto pubblico. Ci siamo convinti, noi cattolici per primi, che la fede autentica sia quella silenziosa, quella che non disturba, e abbiamo scambiato questa timidezza per delicatezza, quando spesso è solo la forma più comoda della vigliaccheria.
Ci ho ripensato leggendo di un vescovo americano che nei giorni scorsi ha fatto qualcosa che lui stesso, nella lettera che ha fatto leggere, ha definito come mai accaduto prima in tutti i suoi anni di ministero: ha chiesto a ogni sacerdote della sua diocesi di leggere durante la messa, in tutte le parrocchie, un testo che invitava i fedeli a opporsi a due emendamenti costituzionali in votazione a novembre nel loro stato, uno dei quali renderebbe l’aborto un diritto costituzionale senza limiti di tempo, praticamente fino alla nascita. Ha precisato che la Chiesa non parla in favore di un partito, che il suo non era un endorsement politico ma un richiamo di coscienza, e ha invitato semplicemente a votare, a esercitare quel diritto che la legge civile riconosce a ogni cittadino, credente o meno.
Quello che mi ha colpito non è tanto il gesto in sé, che dovrebbe essere il minimo sindacale per chi guida una comunità di fedeli, quanto il fatto che lui stesso lo definisca eccezionale, un unicum nella sua storia di pastore, come se chiedere apertamente di difendere per via legittima una vita che non può difendersi da sola fosse un’uscita dal seminato invece che il cuore stesso del compito che gli è stato affidato. E credo che la risposta sia sempre la stessa di cui scrivo da un po’: ci siamo così abituati al silenzio, o al bisbiglio, che quando qualcuno alza la voce nel modo giusto, senza costringere nessuno ma semplicemente dicendo la verità e chiedendo di agire di conseguenza, lo percepiamo come un’anomalia, quasi un’ingerenza, invece che come normalità.
Qui vale la pena tornare a Tommaso, che quando parla di giustizia legale, quella che ordina la persona al bene comune e non solo alla propria virtù privata, la distingue con chiarezza dalla correzione fraterna che riguarda il singolo peccatore: la prima non è un consiglio spirituale da accettare o rifiutare in coscienza, è un dovere che riguarda la convivenza di tutti, ed è dovuta soprattutto quando in gioco c’è la vita di chi non ha voce in capitolo. Non è imposizione, votare resta libero, nessuno viene costretto a credere né a obbedire: è semplicemente uno strumento legittimo, lo stesso che la legge civile mette a disposizione di qualunque cittadino, usato per difendere chi altrimenti non avrebbe nessuno a parlare per sé. La Scrittura lo dice con una semplicità che a volte dimentichiamo: apri la bocca in favore del muto, per la causa di tutti gli infelici, apri la bocca, giudica con giustizia, rendi giustizia al misero e al povero. Non conosco povero più muto, più privo di ogni possibilità di difendersi da solo, di chi non è ancora nato.
Eppure, se devo essere onesto, anche in me qualcosa si irrigidisce un poco quando penso a preti che leggono dal pulpito un invito così esplicito al voto, come se fosse comunque un confine che preferirei non veder toccato, e mi ci vuole un momento per capire che quella resistenza, quel piccolo fastidio, è precisamente il buonismo di cui sto scrivendo, insediato anche in me più di quanto vorrei ammettere. Non credo che la soluzione sia una Chiesa che si fa partito, e infatti quel vescovo lo ha detto con chiarezza, non è di questo che si tratta. Ma tra il partito e il silenzio c’è uno spazio enorme che per troppo tempo abbiamo lasciato vuoto, ed è forse ora, con tutti i dubbi che mi porto dietro, di iniziare a occuparlo, invece di continuare a scambiare la nostra comodità per prudenza.