Romitorio Pensieri da un romitorio in montagna

Il veto necessario

Mi capita spesso, in questi giorni, di tornare a una domanda che mi porto dietro da un po’, ed è se il bene di cui parliamo oggi, noi cattolici compresi, sia ancora davvero il bene di cui parlava la tradizione, o se non si sia trasformato, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, in qualcos’altro: in una specie di gentilezza generica, che non vuole mai ferire nessuno, che non giudica, che accoglie tutto e il contrario di tutto pur di non sembrare dura. Ho iniziato a chiamarla, tra me e me, buonismo, anche se la parola è ormai abusata, perché mi sembra descriva esattamente questo scarto: il bene esige, chiede, a volte contraddice; il buonismo invece accarezza, e basta, e con il tempo ha finito per prendere il posto del bene vero, quasi senza che ce ne accorgessimo.

Ci ho ripensato qualche giorno fa, leggendo di quello che è successo in Liechtenstein, un paese piccolo, che quasi nessuno considera quando si parla di Chiesa e politica, e che invece in questi giorni ha messo in scena, meglio di tanti dibattiti nostrani, esattamente il conflitto di cui sto parlando. Il Landtag, il parlamento del principato, ha approvato all’inizio di settembre, con tredici voti contro dodici, un margine di un solo voto, un’iniziativa popolare che depenalizza l’aborto entro la dodicesima settimana e che ne fa coprire persino i costi dall’assicurazione sanitaria. Con lo stesso margine, tredici contro dodici, gli stessi deputati hanno poi respinto la richiesta di sottoporre la riforma a un referendum popolare, chiudendo così ogni possibilità che fossero i cittadini, direttamente, a decidere. Ed è qui che viene la parte che mi ha colpito di più: il principe ereditario, che di fatto governa il paese al posto del padre da più di vent’anni, ha già annunciato che porrà il veto, appellandosi alla tutela della vita come interesse giuridico fondamentale, e lo ha fatto insieme all’amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Vaduz, che ha parlato di dignità del nascituro e di protezione della famiglia. Non è un gesto simbolico: è un potere reale, concreto, che la costituzione gli riconosce, e che ha deciso di usare fino in fondo, sapendo bene che gli costerà uno scontro aperto con il parlamento del suo stesso paese.

Mi sono chiesto, leggendo questa notizia, perché mi sembrasse così insolita, quasi fuori tempo, quando in fondo un capo di stato cattolico che si oppone per via legale a una legge che permette di sopprimere una vita non dovrebbe stupire nessuno, dovrebbe essere quasi ovvio, la cosa più naturale del mondo per chi dice di credere in quello che dice di credere. E credo che la risposta sia proprio nel buonismo di cui parlavo prima: ci siamo abituati, noi cattolici per primi, a pensare che la fede si eserciti solo nel privato, nella coscienza di ciascuno, e che ogni tentativo di tradurla in legge, di opporsi con la forza degli strumenti pubblici a ciò che riteniamo un male grave, sia una prevaricazione, un residuo di teocrazia da cui vergognarsi in pubblico.

Eppure non è così che ragionava la tradizione, e qui vale la pena tornare a Tommaso, che nella Summa si chiede esplicitamente se la legge umana debba reprimere tutti i vizi, e risponde di no, ma non per il motivo che si crede oggi: dice che la legge non deve punire ogni peccato privato, quello che riguarda solo chi lo commette e la propria coscienza, perché costringere tutti alla virtù con la forza produrrebbe mali peggiori e spingerebbe alla ribellione. Ma aggiunge, ed è la parte che si dimentica sempre quando lo si cita, che la legge deve invece impedire con fermezza quei mali che feriscono altri, che tolgono la pace e la vita al prossimo, perché lì non è più questione di coscienza personale, è questione di giustizia dovuta a chi non può difendersi da sé. Anche Agostino, quando nella Città di Dio riflette sul compito delle leggi terrene, non chiede loro di rendere santi i cittadini, cosa che nessuna legge può fare, ma di garantire quella pace tra gli uomini senza la quale nessuna vita, spirituale o meno, può fiorire; e quella pace, quando in gioco c’è la vita di chi non può difendersi, si garantisce anche opponendosi con la legge, non soltanto con la preghiera o con il buon esempio.

È una distinzione che mi sembra decisiva, e che nella via di mezzo di cui ho scritto altre volte, quella della testimonianza silenziosa più che del giudizio dall’alto, rischia di restare incompleta se non la si fa fino in fondo. Quando il peccato riguarda solo chi lo vive, la propria intemperanza, la propria superbia, persino la propria infedeltà, allora sì, vale solo la testimonianza: è la strada di Antonio che si ritira nel deserto per combattere i propri demoni senza pretendere di correggere quelli degli altri, è la strada di Francesco che spoglia se stesso invece di predicare la povertà dal pulpito, convinto che la propria vita, prima ancora delle parole, dovesse dire tutto. Nessuno dei due ha mai chiesto una legge per imporre il digiuno o la povertà a chi non le sceglieva liberamente. Ma quando il peccato ha una vittima diversa da chi lo commette, quando toglie a un altro, indifeso, perfino la possibilità di esistere, allora la sola testimonianza non basta più, perché chi subisce il male non può testimoniare nulla, non ha voce, non ha ancora avuto la possibilità di averla.

Su questo punto i Cappadoci, Basilio soprattutto, avevano un’intuizione che oggi si è un po’ persa, quella per cui la carità cristiana non si esaurisce nel gesto privato di chi dà l’elemosina di tasca propria, ma deve farsi anche struttura, ospedale, legge, tutto ciò che protegge il povero quando il povero non riesce a proteggersi da solo; e non credo esista povero più povero, più indifeso, di chi non è ancora nato e non ha nessuno che parli al posto suo, se non chi accetta di rischiare qualcosa per farlo.

Capisco allora perché il gesto di un principe che rischia lo scontro con il proprio parlamento per fermare una legge del genere mi sia sembrato quasi eccezionale, quando forse dovrebbe essere la normalità: il bene vero, quello che la tradizione ci ha consegnato, è ormai talmente lontano dalla morale corrente, anche da quella di tanti cattolici, che quando riaffiora, pure in un piccolo stato alpino di quarantamila abitanti, sembra un anacronismo invece che la cosa più coerente del mondo. Il buonismo ha sostituito il bene esattamente in questo punto, ha convinto tanti di noi che opporsi con fermezza, anche per legge, a un male che ferisce un terzo sia una forma di durezza da evitare, quando è vero il contrario: è l’unica carità dovuta a chi non può chiederla da sé.

Non so se avrei il coraggio di quel principe, se fossi al suo posto, con tutto quello che gli costerà in termini di consenso e di pace con chi lo governa insieme a lui. Ma so che continuare a chiamare bene quello che bene non è, solo perché è più comodo, più gentile, più accettabile agli occhi del mondo, non è la strada che i padri mi hanno insegnato a riconoscere. Ed è forse ora, anche per chi come me la fede la vive con più dubbi che certezze, di iniziare a distinguere con più onestà tra ciò che riguarda solo la mia coscienza, dove nessuno ha il diritto di impormi nulla, e ciò che riguarda la vita di un altro, dove il silenzio, per quanto elegante, diventa complicità.